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  • Avv. Andrea Guetta

LA CERTIFICAZIONE ANTIMAFIA INTERDITTIVA


Il Decreto Legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (“Codice delle Leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della Legge 13 agosto 2010, n. 136”), ha raccolto in un unico corpo normativo tutta la legislazione in materia di antimafia; dall’entrata in vigore e dalle successive modifiche ed integrazioni apportate allo stesso, la documentazione antimafia ha subìto ulteriori modifiche.

Com’è noto, detta documentazione, su richiesta di Uffici statali o di Enti pubblici, è rilasciata dal Prefetto della provincia dove hanno sedi ditte o soggetti che a vario titolo entrano in contatto con la pubblica amministrazione, al fine di attestare presso gli stessi l’assenza di situazioni ostative sul piano della prevenzione delle infiltrazioni della malavita organizzata [1].

Difatti, gli imprenditori, le società, coloro che diventano concessionari di pubblici servizi o percepiscono contributi da parte dello Stato o da Enti pubblici, non possono avere contatti, collusioni, ingerenze o condizionamenti da parte di organizzazioni mafiose, pena la preclusione a poter avere contatti con la pubblica amministrazione.

Pertanto i soggetti che intendono fornire prestazioni a quest’ultima (lavori, servizi, forniture di beni, ecc. …), devono stare attenti, pur se incensurati, a non avere rapporti (di qualsiasi natura e, quindi, non solo commerciali), con personaggi che possono essere collusi o contigui alla malavita organizzata.

E’ di semplice comprensione che la pubblica amministrazione, non solo in ossequio ai principi sanciti dall’art. 97 della Costituzione italiana (“buon andamento” ed “imparzialità”), ma a salvaguardia dei più elementari principi in materia di salvaguardia dell’ordine pubblico ed, in particolare, di quello economico, non può avere neanche incidentalmente rapporti con soggetti che, anche se non collusi direttamente con la malavita organizzata, possono essere un veicolo di quest’ultima per raggiungere i suoi loschi fini. In particolare, poi, è ovvio che il danaro pubblico non può essere acquisito in alcun modo - direttamente o indirettamente - dalla malavita organizzata.

A tale proposito, il legislatore ha attribuito al Prefetto la funzione di verificare (attraverso accurate istruttorie con il supporto di indagini da parte delle Forze dell’Ordine, acquisizione di ordinanze giudiziarie, sentenze, consultazioni di banche dati, ecc. …), se un soggetto destinato a fornire prestazioni alla pubblica amministrazione o ad acquisire altri vantaggi, possa essere oggetto di infiltrazioni da parte di organizzazioni mafiose.

Tale accertamento è finalizzato all’adozione di un provvedimento amministrativo - si ripete, su richiesta di un Ufficio statale o di un Ente pubblico - che può consistere in una “comunicazione[2] o in una “informazione[3].

Nell’adottare siffatta documentazione, il Prefetto dispone di una vasta discrezionalità. Difatti può adottare una informazione antimafia interdittiva anche a prescindere dalla commissione o meno di reati da parte del soggetto da “scrutinare”. Ciò in quanto la finalità della certificazione in parola è quella di anticipare la soglia della prevenzione e, quindi, è sufficiente un giudizio in base al quale non risulti illogico o non attendibile che il soggetto da scrutinare sia oggetto di condizionamenti da parte della malavita organizzata (vedere Consiglio di Stato, Sez. VI, 30.12.2005, n. 7613).

Quindi sono sufficienti un “tentativo” o il “pericolo” di infiltrazione, che il citato rappresentante del Governo in provincia è tenuto ad adottare una informazione antimafia “interdittiva”.

Inoltre, proprio perché il Codice delle Leggi Antimafia prevede anche di accertare l’eventuale esistenza di tentativi di infiltrazione per l’adozione di una interdittiva, risulta secondario se detto tentativo si sia effettivamente concretizzato (ex multis: vedere Consiglio di Stato, Sez. IV, 30.05.2005, n. 2796) [4].

Come sopra accennato il tentativo o il pericolo di infiltrazione si verificano quando i comportamenti o le scelte dell’imprenditore possono rappresentare un veicolo – “diretto” o “indiretto” – di ingerenze negli appalti o nelle altre erogazioni da parte dello Stato o di altri Enti pubblici (vedere Consiglio di Stato, Sez. V, 10.11.2009, n. 7777).

In particolare, l’impresa può essere un veicolo “indiretto” quando, pur non essendo controllata o gestita dalla malavita organizzata, in seguito ad accertamenti si verifica che essa può favorire l’attività di quest’ultima.

Le informazioni antimafia interdittive sono provvedimenti amministrativi e, pertanto, non destinati a constatare se vi sono responsabilità penali. Si ribadisce, come sopra evidenziato, che le certificazioni antimafia hanno per scopo di anticipare la soglia della prevenzione delle infiltrazioni e si concretizzano in un giudizio di affidabilità sul soggetto da sottoporre ad accertamenti.

A dimostrazione dell’ampia discrezionalità del Prefetto nell’adottare la documentazione in argomento, attesa la diversità dell’attività di quest’ultimo (amministrativa) rispetto a quella dell’autorità giudiziaria, egli potrà prendere in considerazione anche circostante desunte da una sentenza assolutoria se da esse emergano evidenti rischi di infiltrazione antimafia [5].

L’adozione di una comunicazione o di una informazione antimafia interdittiva nei confronti di un soggetto (ditta individuale, società, ecc. …) non consentono alle pubbliche amministrazioni ed agli enti pubblici di stipulare, approvare o autorizzare contratti o subcontratti, né autorizzare, rilasciare o comunque consentire concessioni ed erogazioni nei confronti degli stessi.

Qualora la documentazione antimafia interdittiva intervenga successivamente alla stipula di un contratto, la pubblica amministrazione interessata è tenuta a risolvere il suddetto accordo e a revocare le autorizzazioni e le concessioni adottate.

Alla luce di quanto sopra esposto, è di facile comprensione che l’imprenditore deve prestare particolare attenzione a non avere rapporti di affari o altri di tipi relazioni sociali o parentali con personaggi appartenenti, collegati o collusi con la criminalità organizzata.

Una certificazione antimafia interdittiva è enormemente deleteria e, anche se non preclude per il soggetto destinatario di continuare a svolgere attività di impresa nei confronti di privati, può avere per conseguenza il fallimento dell’impresa [6].

Negli ultimi anni il legislatore con l’art. 32 del D. L. 24 giugno 2014, n. 90, convertito con modifiche in Legge 11 agosto 2014, n. 144, ha previsto in determinate circostanze, la possibilità per il Prefetto (commi 1 e 10) di imporre alla compagine interdetta la sostituzione degli organi sociali “controindicati”, oppure di nominare Amministratori straordinari che sostituiscano tali organi, qualora sussista l’urgente necessità di assicurare il completamento dell’esecuzione del contratto o la sua prosecuzione al fine di garantire la continuità di funzioni e servizi indifferibili per la tutela di diritti fondamentali e/o la salvaguardia dei livelli occupazionali.

Per la stessa disposizione normativa (comma 8), quando le indagini riguardano soggetti diversi dagli organi sociali dell’impresa in questione, il Prefetto nomina per un determinato periodo uno o più Amministratori con il compito di sostenere e “monitorare” l’attività della Ditta affinché la medesima rientri nei binari della legalità.

E’ da evidenziare, però, che quanto appena esposto può avvenire solo in determinati casi e, per quanto concerne la salvaguardia dei summenzionati livelli occupazionali, la circostanza può essere presa in considerazione solo per le Aziende che abbiano un elevato numero di dipendenti [7].

Pertanto si ribadisce che un imprenditore, al fine di evitare il rischio di subìre una informazione interdittiva antimafia, deve essere necessariamente vigile a non avere rapporti con soggetti controindicati.

Qualora, poi, fosse intervenuta una interdittiva, l’imprenditore stesso (ditta individuale, società, ecc. …) dovrà adoperarsi per porre in essere le attività necessarie a rimuovere le cause che hanno determinato l’interdittiva e presentare istanza al Prefetto per ottenere “l’aggiornamento” del provvedimento di che trattasi (art. 91, comma 5 del Codice delle Leggi Antimafia).

Infatti, solo se il Prefetto “aggiorna” il suo provvedimento interdittivo, ai sensi della citata disposizione normativa, il soggetto potrà riprendere completamente la sua attività e, pertanto, la collaborazione con la pubblica amministrazione.

[1] L’art. 83, comma 1 del D. Lgs. n. 159/2011 e ss.mm.ii., stabilisce che “Le pubbliche amministrazioni e gli enti pubblici, anche costituiti in stazioni uniche appaltanti, gli enti e le aziende vigilati dallo Stato o da altro ente pubblico e le società o imprese comunque controllate dallo Stato o da altro ente pubblico nonché i concessionari di opere pubbliche, devono acquisire la documentazione antimafia di cui all’art. 84 prima di stipulare, approvare o autorizzare i contratti e subcontratti relativi a lavori, servizi e forniture pubblici, ovvero prima di rilasciare o consentire i provvedimenti indicati nell’art. 67”.


[2] La comunicazione, ai sensi dell’art. 84, comma 2, del D. Lgs. n. 159/2011 e ss.mm.ii., consiste nell’attestazione della sussistenza o meno di una delle cause di decadenza, di sospensione o di divieto di cui all’art. 67 dello stesso Decreto (tale articolo stabilisce una serie di preclusioni per soggetti nei cui confronti sia stata applicata con provvedimento definitivo una misura di prevenzione ai sensi del libro I, titolo II del Decreto di che trattasi – es. la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza. Detta preclusione interviene anche per coloro che siano stati condannati con sentenza definitiva o, anche se non definitiva, confermata in grado di appello, per avere commesso uno dei delitti di cui all’art. 51, comma 3 bis, del codice di procedura penale). La comunicazione antimafia è, di regola, di semplice adozione in quanto si consultano per l’istruttoria banche dati in cui sono riportati i soggetti destinatari dei suddetti provvedimenti giudiziari. Il Prefetto, però, può approfondire gli accertamenti chiedendo indagini alle Forze dell’Ordine e, in caso si riscontrino rischi di infiltrazioni, adotta una informazione antimafia interdittiva (Art. 89 – bis “Accertamento di tentativi di infiltrazione mafiosa in esito alla richiesta di comunicazione antimafia”, introdotto dall’art. 2, comma 1, lettera d) del più volte citato D. Lgs. n. 159/2011 e ss. mm. ii).


[3] L’informazione antimafia, ai sensi dell’art. 84, comma 3, del citato “Codice delle Leggi Antimafia” consiste, oltre a quanto già previsto per la comunicazione (vedere sopra nota n. 3 - pag. 2), nell’attestazione della sussistenza o meno di eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società o delle imprese interessate. Il successivo comma 4 indica quali sono le situazioni relative ai tentativi di infiltrazione mafiosa che hanno per conseguenza l’adozione di una informazione antimafia interdittiva. Il Prefetto, quando è chiesta una informazione, salvo che la Ditta non sia già censita di recente con esito favorevole nella Banca Dati della Documentazione Antimafia, svolge un’accurata istruttoria acquisendo notizie sul soggetto da scrutinare alle Forze dell’Ordine, inoltre, ai sensi dell’art. 91, comma 6 dello stesso Decreto, può desumere il tentativo di infiltrazione mafiosa da provvedimenti di condanna, anche non definitiva, per reati strumentali all’attività delle organizzazioni criminali “unitamente a concreti elementi da cui risulti che l’attività d’impresa possa, anche in modo indiretto, agevolare le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata, nonché dall’accertamento delle violazioni degli obblighi di tracciabilità dei flussi finanziari di cui all’articolo 3 della Legge 13 agosto 2010, n. 136, commesse con la condizione della reiterazione prevista dall’articolo 8-bis delle Legge 24 novembre 1981, n. 689. …


[4] Codice delle Leggi Antimafia artt. 84, comma 4, 91, comma 6 e 92 comma 2.


[5] Vedere Consiglio di Stato, Sez. V., 16.05.2008, n. 7637.


[6] In quanto l’utile dell’impresa potrebbe derivare esclusivamente dallo svolgimento di commesse pubbliche. Peraltro, non è da escludere che la notizia di una intervenuta interdittiva antimafia a carico di una impresa, potrebbe determinare i clienti privati a non avere più rapporti di affari con la medesima.


[7] Vedere “Seconde linee guida per l'applicazione delle misure straordinarie di gestione, sostegno e monitoraggio di imprese nell'ambito della prevenzione anticorruzione e antimafia” in data 28 gennaio 2015, pagg. 2 e 3, di seguito al Protocollo d’intesa stipulato in data 15 luglio 2014 tra il Ministro dell’Interno ed il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC).

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